Due mesi al centro per minori con disabilità di Mugombwa: il racconto di Anna

Anna è prima di tutto un’amica e una volontaria di Variopinto. Per professione è neuropsicomotricista dell’età evolutiva e tra settembre e novembre ha trascorso due mesi in Rwanda, in particolare al centro per minori con disabilità di Mugombwa, insieme ad Erminia e Rosy. Al suo ritorno, le abbiamo chiesto di raccontare:

Raccontaci questi due mesi, anche nella quotidianità…

Ho trascorso cinque giorni ogni settimana ospite della comunità delle suore di Mugombwa e di base ero sempre al centro, tranne i due giorni che servivano per la programmazione delle attività. Le giornate seguono il ritmo della vita quotidiana dei bambini: la metà di loro passa la maggior parte della giornata a scuola, i bimbi invece che frequentano la prima e la seconda primaria e altri trascorrono più ore proprio al centro. Le attività sono state proposte di gioco perché proprio quest’ultimo per me rimane lo strumento di lavoro specifico di riferimento: è attraverso il gioco che i bambini imparano e apprendono ed è attraverso le esperienze gratificanti e divertenti che trovano la motivazione per crescere, conoscersi e fare nuove esperienze. Le attività che preparavo venivano condivise con l’equipe, innanzitutto con suor Annunciata, educatrice del centro che era la prima che si metteva alla prova giocando. Poi insieme le proponevamo ai bambini, che accoglievano qualsiasi cosa con entusiasmo e curiosità.

Quali attività avete condiviso al centro?

Le attività erano principalmente rivolte a implementare e potenziare le competenze cognitive, motorie e di coordinazione, ma comunque sempre nell’ambito del gioco. In un altro ambito, sono partita dalla formazione che le suore e i genitori hanno seguito con i medici e i fisioterapisti dell’ospedale di Gatagara. Partendo dai contenuti di quel percorso, in cui è stato valutato molto utile il coinvolgimento delle mamme e dei papà, abbiamo integrato quest’ambito più  legato all’aspetto fisioterapico: considerando di volta in volta i bambini singolarmente abbiamo visto insieme che tipo di massaggi, esercizi e proposte si potevano fare per mantenere, per esempio, il tenore muscolare e l’ampiezza del movimento. Devo dire di essere stata molto fortunata per l’accoglienza umana che ho ricevuto da tutta l’equipe e soprattutto dalla disponibilità fuori dal comune di suor Annunciata ad accogliere a riflettere insieme a me su quello che stavamo proponendo: è stata davvero un bel modo di lavorare insieme e mi sono davvero sentita accolta.

Com’erano le tue giornate?

Arrivavo al centro ogni mattina tra le 8,30 e le 9,00. Tendenzialmente la maggior parte dei bambini erano a scuola e quindi utilizzavamo quel tempo per tutte le necessità che servono per la quotidianità di una cosa, tra cui cucinare e pulire. Se invece qualcuno dei piccoli era a casa, proponevamo delle attività e siamo anche riusciti ad operare in piccoli gruppi. A mezzogiorno i bambini mangiano tutti a scuola, mentre il pomeriggio era dedicato alle attività e tornavo dopo la cena in comunità dalle suore.

Se dovessi pensare ad un momento particolarmente significativo, sicuramente non esaustivo, ma rappresentativo quale sceglieresti?

A livello professionale è stato il momento in cui abbiamo deciso di fare una recita, utilizzando il libro in inglese che Elisa (un’altra volontaria) aveva chiesto di donare.  Abbiamo estratto un breve racconto che abbiamo letto insieme e tradotto in kinyarwanda. Con suor Annunciata insieme ai bambini è uscita l’idea di realizzare uno spettacolo teatrale e abbiamo pensato alle scenografie e ai costumi e abbiamo insegnato le parti in inglese, una sfida abbastanza faticosa, ma si sono davvero impegnati tantissimo. Abbiamo infatti assegnato una parte a  ciascun bambino, a chi ha più facilità a ripetere e mantenere la memoria e a chi non è verbale o ha qualche difficoltà in più ad articolare le parole e a ripetere a memoria. A colpirmi è stato un commento di suor Annunciata che mi ha reso felice: “Ognuno può fare la sua parte e mettersi in gioco per partecipare”. Questo riconoscere che nonostante le difficoltà tutti possono crescere insieme è stato a livello professionale una grande vittoria comune.

Sul piano umano e di relazione ogni giorno era significativo. Penso alla volontà dei bambini di voler comunicare nonostante la barriera linguistica che si supera nonostante non si condivida la stessa lingua. Penso all’estrema attenzione dell’equipe nell’imparare vicendevolmente a conoscersi e a chiedersi anche quelle cose che dall’altro non ci si aspetta: alla fine dei due mesi le suore mi chiedevano di aiutarle in cucina o in altre attività che inizialmente non mi permettevano di fare perché secondo loro mi sarei affaticata troppo. Questa crescita nel rapporto è stata davvero significativa perché alla fine mi sentivo davvero parte della loro grande famiglia.

Per te è stato un ritorno, dopo un primo viaggio nel 2019. Cosa è cambiato e invece quali sono le continuità?

Nel 2019 è stato breve ed è stata la prima volta, quindi in quell’anno c’è stata una grande emozione e la volontà prima di tutto di capire dove stavo. Penso di non averlo capito, forse appieno neanche ora. Sicuramente adesso ho degli elementi in più che mi aiutano a comprendere in che luogo mi trovavo e che ruolo avrei potuto avere. Il centro è cambiato perché anche l’equipe è cambiata, inoltre ho ritrovato metà dei bambini di allora, metà sono nuovi. E’ vero anche che in sei anni sono cresciuti e sono diventati ragazze e ragazzi. Nel 2025 c’è stato più tempo per approfondire le storie di ogni singolo bambino ed è stato importante per capire il contesto da cui vengono e in cui devono ritornare. Da parte dell’equipe c’è stata maggiore consapevolezza per la formazione: se nel 2019 le proposte rimanevano dei giochi e non c’era magari l’idea di riproporli, adesso, dopo la formazione con i medici e i fisioterapisti e grazie anche la durata della mia permanenza è stato molto più facile capire me e la mia presenza lì.  Sicuramente perché è stato un ritorno, ma anche perché abbiamo avuto più tempo.

Hai dato di più o ricevuto di più?

Senza dubbio ho ricevuto di più, mi sembra di essere tornata a casa davvero ricca. Al saluto finale ho detto loro che sarei tornata a casa molto più “pesante”: sia per la cucina delle suore, sia perché fino alla vita ero piena di amore e dalla vita in su ero piena di gioia. Nonostante le fatiche e tutto il contesto ho respirato per due mesi una casa piena di amore, di gioia e di attenzione agli altri. Ha significato per me riprendere contatto con quello che per me è importante: me lo sono portata dietro e me lo tengo stretto perché mi serve come bussola. Spero davvero di aver dato altrettanto, sia a livello professionale che umano.

Cosa ti augureresti per il futuro del centro e dei bambini?

Soprattutto per i bambini che hanno più difficoltà fisiche mi auguro che il centro al fianco di Variopinto  e della Caritas riesca a trovare loro un luogo che li possa far sentire bene come adesso si trovano al centro. Chiaramente e giustamente l’attuale è una casa transitoria fino alla fine della formazione scolastica: se si pensa al dopo la speranze è che trovino un posto altrettanto gratificante in cui si sentano sé stessi e realizzati. Questa è forse la sfida più grande. L’augurio è anche che l’equipe continui a trovare la stessa energia e voglia nel continuare a fare quello che fa e a formarsi.