La testimonianza di Rosy, volontaria variopinta, di ritorno in Rwanda dopo 19 anni

A 19 anni dall’ultimo viaggio in Rwanda, Rosy ha scelto di trascorrere come volontaria variopinta ad ottobre un mese nel “paese delle mille colline”. Ecco quanto ha voluto condividere con tutti noi.

“Sono trascorsi diciannove anni dal mio ultimo ritorno in Rwanda, e con il cuore colmo di ricordi e di speranze mi preparo a rivivere un paese che, come un fiume in piena, si è trasformato rapidamente.

Il primo sguardo su Kigali è una conferma, con le sue strade nuove e pulitissime, i giardini curati,  le case ordinate con tetti rossi che sfidano il cielo. Sembrerebbe di trovarsi in un angolo di Svizzera, se non fosse per il traffico caotico, un fiume di auto e di motar (moto-taxi) che sfrecciano senza tregua, ricorda le metropoli indiane viste in televisione. Poi, l’arrivo alla stazione dell’autobus “Vulcano”, il luogo dove si comincia a assaporare la vita reale di un paese. Il volto di decine di giovani e meno giovani che si contendono le mie valigie per una piccola mancia diventa un’immagine potente, un frammento crudo di un bisogno struggente, di un desiderio di lavoro che sembra un sogno lontano.

Salgo sull’autobus, l’unico “Umuzungu” (uomo bianco) a bordo, e mentre cerco un posto tra le file di volti e sguardi, una donna con un sorriso gentile mi indica dove posso sedermi. Ringrazio con un cenno e il mio viaggio in Ruanda inizia. Attraverso le immagini che scorrono dal finestrino cerco di captare come questo paese sia cambiato. Il tragitto tra Kigali e Butare (oggi Huye), richiede circa tre ore, ma bastano pochi chilometri per capire che la perfezione della capitale non è rappresentativa di tutto il paese. La vegetazione che ricopre le “Mille colline” di questo piccolo paese è sorprendente. Un mosaico di alberi e coltivazioni di ogni specie si susseguono come un lungo tappeto dalle mille sfumature di verde, le case diventano sempre più rare e le strade non asfaltate, rosse come il fuoco, risvegliano i miei ricordi.

Arrivata a casa di Variopinto, mi si apre davanti uno scenario diverso da vent’anni fa. Ricordo una strada rossa, un sentiero verso la scuola materna di Gitwa, dove mi recavo quotidianamente incontrando bambini, donne ed uomini sempre in movimento. Ora, tutto è cambiato: una strada asfaltata, un rondò vibrante di frenesia e negozietti ai lati, solo il cancello rosso della nostra casa sembra aprire un passato ancora vivo.

Attraverso quel cancello, il tempo si ferma: nulla è mutato. La sartoria, il garage, la lavanderia e la stanza del custode: ogni cosa conserva il suo volto di allora. E tra i ricordi c’è il volto di Joseph. Mi avvicino e gli stringo la mano; il suo sorriso disarmante rivela emozioni profonde, un legame che il tempo non ha spezzato.

Il mattino seguente, l’emozione di quel primo incontro si mescola con quella di tornare al villaggio di Mugombwa, anche se i sentimenti sono contrastanti. So che il paese è cambiato, ma le ferite di ieri si insinuano ancora tra le pieghe di questa terra: le persone più vulnerabili sono più povere, più sole, più dimenticate di prima. La strada che porta a Mugombwa diventa rossa, non è ancora asfaltata, la terra si infila sotto le scarpe, si appiccica addosso come un segno indelebile e mi entra in gola, mentre il paesaggio è un susseguirsi di risaie, piante di platani e immense coltivazioni senza fine (maree), cuore pulsante di questa terra, testimonianza di una ricchezza naturale che non sempre riesce a sfamare i suoi abitanti. Durante il tragitto, il mio sguardo viene catturato da volti, gesti e immagini intense, apparentemente tutte uguali, ma in realtà uniche. Uomini che spingono biciclette cariche di “Igitoki” (caschi di banane), donne che trasportano fascine di rami raccolti nel bosco con disinvoltura e un equilibrio che sfida la gravità, giovani e meno giovani ai bordi della strada camminano per raggiungere la propria destinazione. E poi ci sono i bambini, tanti: alcuni seduti in terra davanti alle case, pronti a salutare con entusiasmo il passaggio, alquanto raro, di un “Umuzungu”, simbolo di speranza e curiosità per loro; altri impegnati a far pascolare le poche caprette della famiglia, ovunque bambini che percorrono chilometri tra casa e scuola, i più fortunati con colorate divise scolastiche, spesso di tre taglie più grandi.

Arrivando al campo dei rifugiati, un senso di ingiustizia si insinua tra le costruzioni ordinate, uguali, immerse nel verde, un simbolo di sofferenza, di dolore che non si può ignorare, che fa riflettere.

Finalmente, arrivo al centro dei bambini e ragazzi di Mugombwa. Sono da sempre legata a questo centro che ospita i più fragili, con le loro piccole ma preziose speranze. Sono lì, in attesa di una mano, di un sorriso, di una parola che possa far loro capire che non sono soli. Entro in punta dei piedi, sono un po’ imbarazzata, ma suor Annunciata mi accoglie con un sorriso che ricorda quello di Joseph, un abbraccio silenzioso che non lascia dubbi, sono la ben venuta. Accanto a lei, Therese e Violette, gli altri sono tutti a scuola, bambine timide che mi sussurrano i loro nomi, desiderose di essere capite, amate, riconosciute. La lingua ci separa, ma un abbraccio, uno sguardo sincero, ed un sorriso bastano a superare ogni barriera e a dimostrare il senso del mio essere lì.

Uscendo, ritrovo la scuola materna di Mugombwa. Un’onda di bambini in divisa bianca e blu corre verso di me, mi circondano, mi sorridono e mi abbracciano senza paura, senza riserve. Ricambio con un’emozione che mi prende il cuore, chiedendomi perché mi stiano già regalando così tanto, mentre io non ho fatto nulla per meritarlo. E’ forse un merito, o un privilegio essere “UMUZUNGU”?

In quel momento, capisco che questa visita, questa esperienza, sarà molto di più di quello che avevo immaginato. Non sarà solo un viaggio nel passato, ma l’incontro con la forza di un popolo che, nonostante tutto, continua a credere nella bellezza di un futuro possibile.

Non sono tornata con competenze professionali da trasferire o un ruolo preciso, ma con il cuore aperto, desiderosa di incontrare e conoscere i tanti amici di Variopinto. La parola chiave del mio viaggio in Ruanda è stata condivisione: di abbracci, di sorrisi, di sguardi che scaldano l’anima e parlano più di mille parole.

Ho rivisto e riabbracciato Joseph, con i suoi occhi che brillano come allora, la sua dignità scolpita in ogni gesto, e incontrato le mamme delle case famiglia di Rango, testimoni di una forza che nasce dall’amore.

Ho condiviso semplici pasti con suor Annunciata e suor Maria Goretti nel centro di Mugombwa, gustando “kaunga e ibishyimbo”. Ho aiutato in cucina Suor Esperance, affettando cavoli con fare impacciato, e assistito con meraviglia alla nascita di un capretto, grazie alle amorevoli cure di Eduard. Sono stata partecipe di una quotidianità fatta di piccole grandi cose. Con Ketia e Samuel, ho condiviso il sedile dell’autobus durante la gita al “Palazzo del Re di Nyanza”. Ho osservato lo stupore dei ragazzi di Mugombwa, mentre i loro occhi si illuminano di meraviglia davanti alla bellezza di un piccolo laghetto artificiale, per loro un mondo sconosciuto. Al calar del sole, quando il buio avanza e a Mugombwa tutte le attività quotidiane si concludono, ho condiviso momenti magici di canto, mentre Peter si addormenta sulle mie ginocchia.

Ho incontrato i bambini delle scuole materne, sempre più numerosi, curiosi e affamati di vita e di sapere, ricordo i loro abbracci, i sorrisi, e i canti condivisi. Con le bambine di Nyampinga  e con le educatrici del centro ho condiviso quei semplici giochi che uniscono tutti i bambini del mondo, creando un legame più forte di ogni distanza. Con impazienza contagiosa, con entusiasmo e occhi che brillano di orgoglio mi mostrano i loro quaderni scolastici, simbolo delle loro speranze e del loro impegno per il futuro.

E poi, un incontro speciale con Marie Claire, una delle tante ragazze accolte e ora uscita dal centro di Nyampinga. Oggi giovane donna, mi ha donato il suo racconto di vita, tra dolore e speranza, tra sogni infranti e sogni realizzati. Ha trovato nella famiglia di Nyampinga un rifugio, un luogo di pace e di futuro. La sua storia, tessuta di lacrime e di sorrisi, resterà impressa nel mio cuore come un sentimento prezioso.

Tanti sono i tasselli di questa esperienza, frammenti di un mosaico che resterà per sempre inciso nel mio cuore. Un dono di vita, di emozioni, di incontri che vanno oltre le parole.

“Murakoze cyane” a tutti, anche a Erminia e Anna, speciali compagne di viaggio, perché in questa terra ritrovata ho riscoperto l’essenza della condivisione, della speranza e dell’amore senza confini.”

Un abbraccio a tutti.

Rosy